in albis

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TitoloIn albis
Autore: Nivangio Siovara
Editore: Prospero Editore
Data di uscita: 28 aprile 2018
Pagine: 208
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In albis di Nivangio Siovara, romanzo di cui non è facile trovare una collocazione tra i generi, è un libro ambizioso e difficile. Ambizioso, perché non ha il fine di raccontare una storia, quanto di mostrare quanto precari possano essere alcuni rapporti e quante inquietudini si possano nascondere nell’intimo delle persone; difficile, perché non è una di quelle letture che possano piacere a tutti, e non solo per i contenuti.

In albis è la storia di una famiglia come tante: madre, padre, figlio, figlia. Sapere i loro nomi non serve, perché potrebbero essere chiunque – e qui si capisce subito che non è tanto la storia in sé che conta, ma altro: non siamo chiamati ad affezionarci o a capire i protagonisti, né tantomeno ad empatizzare con loro, quanto ad osservarli, studiarli, come se fossero le cavie di un esperimento – . Una mattina, il gatto che possiedono viene trovato morto sul tappetino del bagno dalla madre. Un evento che porterà, giorno dopo giorno, allo sgretolamento delle apparenze, delle certezze e al disfacimento della famiglia. A osservarli, una strana entità soprannaturale, insieme a un topolino.

Siamo davanti a un romanzo che vuole far riflettere, che parla dell’incapacità di comunicare, che denuncia rapporti fallimentari che forse non sono mai andati nel profondo, che evidenzia come il rischio di precipitare nel proprio pozzo personale è – in certi momenti – una cosa concreta e non solo il delirio di un momento. La metafora del pozzo, nel quale – nonostante la consapevolezza che sia un luogo oscuro e autodistruttivo – abbiamo la tentazione di gettare noi stessi e gli altri, ritorna nel corso del romanzo: è un’allucinazione fin troppo consapevole che porta a sprofondare nei meandri di noi stessi, nelle paure, nelle incertezze, nelle manie. I personaggi sono prigionieri di se stessi, del proprio ruolo, delle aspettative che gli altri hanno su di loro: la tranquillità della loro vita è fittizia, le interazioni sono fittizie; loro in fondo sono fittizi. E ogni tentativo di sbloccare questa situazione sembra destinato a fallire, perché assume le fattezze di una fuga, di una giustificazione, di una mistificazione della realtà, per cui la morte del gatto, un evento naturale, deve essere assurdamente negata.

In albis è scritto con uno stile complesso, ricercato e a tratti sperimentale che gioca con la punteggiatura e gli a capo, permeato in alcuni punti da una vena ironica, ma più spesso da un tono tragico che anticipa l’inevitabile conclusione. Le immagini proposte sono vicine all’incubo e angosciose. Abbondano i flussi di coscienza, che ci mostrano tutte le inquietudini che prima abbiamo accennato.

In conclusione, In albis è un romanzo sofisticato e non per tutti che, con uno stile in grado di affascinare, porta ciascuno a domandarsi sull’orlo di quale pozzo si trovi e a ricordagli che il rischio di caderci dentro non va mai sottovalutato.

Guarda cos’ho combinato. Sono io, il male, altroché. È la verità. Adesso cosa farò? E tu? Non sai parlare. Non puoi? Non puoi perché sei la verità. Dove andrai adesso… adesso che tutti, ormai… ci siamo aggiustati da soli?