anche la morte ascolta il jazz

 

TitoloAnche la morte ascolta il jazz
Autore: Valeria Biuso
Editore: Ianieri Edizioni
Pagine: 344
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Anche la morte ascolta il jazz di Valeria Busio non è un libro semplice, anzi; è un libro poco immediato, denso di riflessioni e di provocazioni, un romanzo difficile, come è difficile il suo protagonista, William, un aspirante scrittore che vive nella New York della fine degli anni ’40. William è un giovane altalenante, scontento di sé, della vita e anche di chi lo circonda; combattuto tra il lasciarsi vivere e affrontare la realtà di petto, diviso tra il dare un senso alla propria esistenza e l’annullare se stesso nel fumo, nell’alcol, nella droga e in relazioni – amorose e non – che lui stesso sa essere inconcludenti ancora prima di iniziarle, William si lascia abbagliare da Noah Tats, un misterioso parente che sembra promettergli la scoperta del perché di ogni cosa. È seguendo la promessa di questa rivelazione, che si muovono la storia e William, scontrandosi con ambizioni frustate, notti insonni, deliri alcolici, presunti anticonformisti e una sempre più determinante infelicità.

Essenzialmente, questo libro ruota attorno alla ricerca del senso della vita, parla del tentativo fallimentare di William di rispondere alla sua personale mancanza di senso, che si allarga e coinvolge anche chi lo circonda. In Anche la morte ascolta il jazz sono tutti soli e, a diversi livelli, disperati, nascosti dietro discorsi filosofici, letterari e spirituali che si riducono a concetti che si dimostrano, quando vengono messi in atto dai personaggi, spirali autodistruttive o tentativi di fuga davanti a un confronto sincero con se stessi. Tutti sono soli, nonostante le notti e i giorni trascorsi insieme; William e quelli che lui chiama amici sono persone che percorrono un tratto di vita insieme, ma non sono veri amici e lo si vede dall’esito che hanno i loro rapporti, che non sono costruttivi, ma invece devastanti. Si tratta di rapporti che lasciano ferite dalle quali però William non riesce a guarire, nel senso che non è davvero in grado di trarne un insegnamento che lo porti a cambiare, o almeno a comprendere di che cosa abbia davvero bisogno e quindi agire, o almeno provarci con serietà e con convinzione. William – e un po’ anche gli altri personaggi – è l’uomo autodistruttivo, che da solo non riesce a salvarsi nemmeno da se stesso. La conclusione – che ribalta un po’ l’impressione che sino a quel punto ha fatto il romanzo, portando una storia assolutamente e tristemente realistica su un piano del tutto differente – è in un certo senso inevitabile, in un orizzonte in fondo privo di speranza come quello tratteggiato dall’autrice.

Siamo davanti a un romanzo capace di trasmettere una certa atmosfera: strade piovose, musica jazz, appartamenti squallidi, locali fumosi. L’autrice è in tal senso davvero molto abile, grazie a uno stile che risulta brillante sia nelle descrizioni sia nella delineazione dei pensieri e delle emozioni, in particolare del protagonista ma anche degli altri personaggi. Ho apprezzato molto l’utilizzo degli aggettivi, mai utilizzati a caso e capaci di dar vita a suggestioni interessanti. Solo una nota: il romanzo in certi suoi punti manca un po’ di  semplicità, cosa che in fondo manca anche al suo protagonista e che gli avrebbe fatto bene.

Concludendo, Anche la morte ascolta il jazz – per quanto sia un romanzo lontano dai miei gusti e con un protagonista al quale non sono riuscita ad affezionarmi – è un libro interessante che, con uno stile squisito, racconta la miseria della solitudine umana e la tragedia della mancanza di senso nella vita.

«Sarà l’alcol a salvare il mondo, allora» affermai con un risolino a scoppio ritardato.
«In effetti, questo è quello che piace pensare ai baristi» ebbe anche lui un attimo di reticenza. «Il lutto dei tempi serba le sue stimmate anche nelle più semplici abitudini della vita».