Black Jack di Peter Water

Black Jack

 

TitoloBlack Jack
Autore: Peter Water
Editore: Mincione Edizioni
Data di pubblicazione: ottobre 2017
Pagine: 200
Link all’acquistocartaceo

 

 

Black Jack di Peter Water, romanzo che unisce il giallo alla satira, non è un libro semplice né un libro che può piacere a tutti. Racconta una storia, quella della ricerca dell’assassino autore di una serie di bizzarri omicidi, e non la racconta, lasciando intendere che il senso del libro sia altrove, da ricercare tra i giochi di suoni e di parole, tra i salti temporali e le chiamate al telefono.

Jack Hint è un agente dell’Ordine di NY ed è incaricato di indagare su alcuni omicidi accomunati da uno strano particolare: l’utilizzo di improbabili strumenti per infliggere il colpo di grazia. Jack, seguendo la pista che i morti gli lasciano, arriverà alla risoluzione del caso, mostrandoci i lati oscuri del suo mondo, che è una rielaborazione distorta del nostro – o meglio una provocatoria versione futura – . Ma appunto la storia e la risoluzione del caso non sono così importanti – per quanto godibili – , non quanto le riflessioni – amare, ma sempre velate da un’ironia che si fa anche dissacrante – veicolate da imbrogli linguistici, da giochi di parole, da immagini poco convenzionali. Che il romanzo sia qualcosa di diverso da quello che ci si potrebbe aspettare e che celi tra le sue pagine qualcosa che va oltre la storia ci viene suggerito sin dalla copertina, dove leggiamo lo pseudonimo in rima dell’autore – il primissimo gioco di parole – e il titolo, Black Jack, che chiama in causa il protagonista, associandolo al nero – e nera è la realtà che ci mostra – e al tempo stesso rimanda al celebre gioco d’azzardo: è un azzardo sia l’indagine di Jack, che continua ad aggiungere le carte sul tavolo per ottenere il punteggio più alto, anche se il limite da non superare lo attende al varco, ed è un azzardo il romanzo, che racconta una storia ma non vuole raccontarla, che strizza l’occhio a chi legge, svela con ordine le sue carte, riuscendo a condurre il gioco. Si tratta di un gioco che, come detto prima, può non conquistare tutti o conquistare a tratti; certo è, però, che è un gioco che lascia qualcosa: una provocazione, una consapevolezza, una negazione.

Ma che cosa ci vuole dire Black Jack? Molte cose, quasi desiderasse riuscire a fotografare la deriva che ha preso il suo mondo e coloro che lo abitano, e di conseguenza denunciare che cosa può accadere a noi (o è già accaduto?). Sulle pagine aleggia un’atmosfera pesante: ogni personaggio è prigioniero di qualcosa e la prigionia pare irreversibile. Nome, lavoro, posizione sociale, salute: tutto è determinante per questa prigionia, che si estende ai rapporti, aridi e assurdi, e ai dialoghi, inconcludenti. L’apparenza pesa su tutto, nasconde tutto ed è contro questo tutto celato che l’autore scaglia il suo sasso, per svelare la violenza giustificata, la diversità allontanata, la crudeltà sottesa e più di ogni cosa lo squallore morale.

Il romanzo è scritto con uno stile studiato, che appunto gioca con la lingua e le parole. Ci sono rime, parole che si fondono, giochi enigmistici. Tutto è molto curato, anche se non sempre facile da cogliere o da comprendere.

In conclusione, Black Jack è un romanzo non per tutti, un libro molto interessante che, giocando con le parole e con il lettore, non teme di denunciare ciò che secondo il suo autore non va – o non andrà – nel mondo.

Ogni mania è un marchingegno costituito da proprie specifiche componenti. In questo caso esse erano un apparecchio telefonico, più o meno portabile e sottile, e persone sole, che covavano dentro un dolore sordo, il dolore di stare al mondo. Tutte quelle persone passavano la giornata tentando disperatamente di tessere trame sociali, provando a trovare il filo del discorso nei discorsi monchi, senza capo né coda, all’insegna della vanità e del l’insipienza, i quali altro non erano che urla di Mhulk per urlare in faccia al mondo sordo “io esisto”.