Crux Simplex di Zohar

crux simplex

 

TitoloCrux simplex
Autore: Kenan Zohar
Editore: Parallelo45 Edizioni – 1rosso
Data di pubblicazione: 2017
Pagine: 312
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Un cavaliere alla ricerca di una missione, una donna dai capelli fulvi senza radici, un chierico ambiguo, una compagnia di malinconici giullari: sono i protagonisti di un viaggio fisico e spirituale verso la Terra Santa, attraverso l’Europa del XI secolo e le sue contraddizioni. Questa è, in breve, la trama di Crux simplex di Kenan Zoran, romanzo storico ambizioso che vive delle anime diverse dei suoi personaggi, le cui sensibilità si incontrano e si scontrano lungo il percorso.

Don Osmundo è un cavaliere che non ha combattuto e che si trascina verso casa, verso la moglie che non ama e i figli che sente distanti; insieme a lui, viaggia un’aquila iberica, suo specchio idealizzato, immagine di qualcosa irraggiungibile eppure innegabile. Un giorno giunge a Le Puy e vede il Papa, in visita alla città; ne origlia un discorso – riguardo l’imminente prima crociata- che all’improvviso dà un senso e uno scopo alla sua vita: Osmundo sarà il primo cavaliere cristiano a giungere alle porte di Gerusalemme, dove erigerà una crux simplex (un alto palo di legno). Parte da Le Puy insieme al guardiano della cattedrale, del quale non riesce a fidarsi e che sembra sapere troppe cose, e a un gruppo di giullari, che attendono dolenti la morte di uno di loro; lungo il cammino incontra Rachele, che fugge verso il mare, in cerca di un luogo che possa realmente chiamare casa. Il gruppo di pellegrini vive drammi, approfondisce i legami, si spacca, mentre sempre più in Osmundo cresce la convinzione per la propria missione, tanto che nulla potrà trattenerlo dal portarla a termine.

Il romanzo è denso di simboli, che si concretizzano in immagini – come quella dell’aquila che, dall’alto, fornisce protezione e veglia sul viaggio, come potrebbe fare Dio, e al tempo stesso è libera da tutte le inquietudini degli uomini, perché più vicina al cielo – e in visioni – Osmundo che discorre con un’eremita, che non ha bisogno di essere nel e del mondo per conoscerlo, e con una pecorella smarrita, che attende il ritorno del pastore – ; il romanzo stesso è un simbolo, quello della ricerca di un’appartenenza che sia fondante nella vita, di una spiritualità che impregni ogni gesto, di una felicità che sia piena. Osmundo è l’uomo inquieto, non realizzato; è l’uomo che ha bisogno di pace, che si concretizza, alla fine, nella fede. Contraltare di Osmundo è Rachele, eterea eppure terrena, cristallina eppure misteriosa, a tratti donna angelica, a tratti superstizione: una contraddizione vivente, che però come Osmundo cerca qualcosa a cui appartenere, che nel suo caso non è tanto un ideale o la fede, quanto una casa, una famiglia.

Crux simplex è un romanzo di difficile lettura: la narrazione è popolata da suggestioni che mistificano gli eventi, per cui non è semplice comprendere cosa accada davvero e cosa invece sia un sogno, una visione o un ricordo. Si ha l’impressione che ogni parola detta e ogni gesto compiuto rimandi ad altro, ma non sempre è ben decifrabile a cosa: il romanzo osa in tal senso, risultando complesso, sviluppando storie secondarie nella trama principale e rifacendosi ad eventi storici, riuscendo a mantenere un equilibrio tra l’avventura e l’introspezione. Lo stile del libro è molto curato e sostenuto, non certo di facile lettura; in generale, questo romanzo richiede concentrazione e anche pazienza, perché non è immediata la sintonia con i personaggi – in particolare con Osmundo – proprio per come viene narrata la vicenda, con sbalzi tra il reale e l’onirico/ricordo; tuttavia è una fatica che poi dà i suoi frutti, perché Crux simplex ha molto da comunicare – anche se sono certa di essermi persa qualche sfumatura – .

In conclusione, questo romanzo è una lettura per appassionati, per chi ama i libri che nascondono nella trama e nelle immagini proposte messaggi complessi; un romanzo che con dovizia traccia il viaggio spirituale di un uomo e al tempo stesso coglie le contraddizioni di un’epoca.

Mediós, l’aquila imperiale iberica, stava planando sulle correnti d’aria calda con le ali dritte e rigide. I suoi occhi cerulei scrutavano il paesaggio estraneo, intagliato dalla roccia vulcanica, che si stendeva in basso. Laggiù, in superficie, c’era un movimento costante di ombre e sprazzi di luce che sembravano inseguirsi l’un l’altra. Il sole si rifletteva in laghi e ruscelli immersi nel verde abbondante, e Mediós, ebbro del profumo della terra umida, si lasciava trascinare volando, come se volesse consumare in una volta tutto ciò che quel territorio sconosciuto aveva da offrire.