Carta d’identità letteraria

Alex Zaum

 

Nome: Alex Zaum
Autore di: Memorie di un Cyborg
Scrittore preferito: Stephen King
Il libro irrinunciabile: L’ombra dello Scorpione di King
Il libro che hai iniziato e non finirai mai: La lunga marcia, sempre di King. Adoro King ma non sono un suo fan acritico.

 

 

Intervista

Ciao Alex e benvenuto su Il Gufo Lettore. Prima domanda d’obbligo: come e perché hai iniziato a scrivere? E la passione per la fantascienza quando è nata?

Ho iniziato a scrivere riflessioni personali durante l’adolescenza sui temi che allora mi stavano a cuore: politica, filosofia, sociologia perché ne sentivo il bisogno. Il passo per la fantascienza, o almeno un certo tipo di fantascienza, è stato breve.

Come nasce Memorie di un Cyborg? Che cosa ti ha dato l’ispirazione?

Da appassionato di fantascienza, sono stato ispirato da un mix di opere che, consapevolmente o inconsapevolmente, hanno fatto nascere dentro di me la storia, l’ambientazione, e poi i protagonisti.
Tra queste, sicuramente le ambientazioni di Dune e Mutant Chronicles, le storie di King, Glukhovsky, Moore e Dick, i film delle Wachowski o Nolan. Ma ci sono anche influenze di anime giapponesi, videogames e serie televisive ad ambientazione distopica.

Sean Parker, il protagonista del tuo romanzo, è un cyborg che progressivamente perde la memoria, distaccandosi sempre più dal proprio passato e quindi perdendo i ricordi dell’infanzia, dell’adolescenza, ma anche quelli legati alla moglie. Un processo che, fai intendere tra le pagine, col tempo lo porterà a distaccarsi dalla sua umanità. A tuo parere, qual è il valore della memoria – e del fare memoria – nella vita umana?

In copertina del romanzo c’è una frase: “Qualcuno ha detto che la vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda. Spero proprio che si sia sbagliato”.
L’aforisma è di Gabriel Garcia Marquez; mentre colui che si augura che non sia veritiero è Sean Parker, il cyborg protagonista del romanzo che, come hai detto, sta perdendo la memoria. Per Sean Parker, se la frase di Marquez fosse vera, vorrebbe dire accettare di non essere mai vissuto, e di essere destinato a non essere più nulla, pur essendo potenzialmente immortale.
Per come la vedo io, la memoria, sia personale che storica, è tutto tranne che la realtà che si è vissuta: è frutto di manipolazioni piccole ma continue, inconsce, che operiamo su noi stessi. L’uomo esiste davvero solo nel suo presente.

cyborg

 

Memorie di un Cyborg è ambientato nel 2048, dopo la terza guerra mondiale, in un mondo dove quasi tutta l’acqua è imbevibile perché contaminata e il cibo è sintetico. A livello di date, non è un’ambientazione troppo lontana dalla nostra contemporaneità, così come non lo sono alcuni dettagli, come quello di Trump presidente degli Stati Uniti. La tua è una provocazione? Un avvertimento? 

Il cambiamento epocale del 2017 è che, con l’elezione di Trump, gli Stati Uniti possono essere immaginati non solo come i salvatori del mondo ma anche come la causa dei problemi globali.
E non perché ciò accadrà davvero: la fantascienza non è un modo di prevedere il futuro. La fantascienza, per me almeno, è una maniera per raccontare, forse anche esorcizzare, le paure del presente. E oggi è la politica estera muscolare di Trump, la sua scarsa attenzione al problema dei gas serra, la sua lontananza dall’Europa.. tutto questo mi fa paura.

Uno degli aspetti più angoscianti del romanzo è quello della bio-chirurgia, attraverso la quale è possibile “comprare” un volto (ariano 3.0, brasiliana 2.0) e “aggiornare” i propri connotati. In alcuni spezzoni del romanzo, Sean descrive come la sua società sia formata da persone dal medesimo aspetto, la cui omologazione fisica sottende anche un’omologazione della mentalità e della moralità, tremendamente appiattite, tra droghe e televisione/pubblicità. I personaggi che si distaccano da questa omologazione, tranne forse un’eccezione che possiamo ravvisare in Sarah – anche se alla fine i suoi comportamenti sono ideologizzati – , sono o dissidenti, come il terrorista Zeta, o outsider, come Sean. È così difficile restare se stessi all’interno della società?

È difficile capire cosa voglia dire essere se stessi… Mi vengono in mente i reality show dove la maggior parte dei concorrenti non fanno altro che ripetere di non fingere… di essere se stessi. Eppure i reality show sono l’emblema dell’omologazione.
Ciò che voglio dire è che viviamo in una società sempre più globalizzata e omologata e, forse proprio per questo, sentiamo tutti il bisogno di affermare la nostra identità. Senza sapere quale sia davvero.

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Nella postfazione sostieni che il genere della fantascienza, e in più generale il fantastico, sia «l’essenza del romanzo politico e […] di quello psicologico». Ti posso chiedere quale romanzo, più di tutti gli altri, è per te esempio di questo? Perché?

1984 di Orwell è l’esempio più noto: in esso si respira tutto l’orrore politico e psicologico della dittatura comunista.
Ma poiché la fantascienza, come ho detto, racconta le paure di ciascuna epoca, un esempio forse più recente è World War Z di Max Brooks. In esso vi sono interessanti riflessioni su temi politici quali: i nuovi conflitti tra le superpotenze seguiti alla guerra fredda (Cina-Taiwan, Pakistan-India, Israele-Palestina), le paure legate alle pandemie (Sars) e alle emigrazioni globali… E tutti personaggi che si avvicendano raccontano il loro diverso punto di vista su queste tematiche… in realtà parlando di una apocalisse zombie.

Il tuo romanzo avrà un seguito. Puoi anticiparci qualcosa?

Il bello di aver creato un mondo fantastico credibile è proprio quello di poterlo arricchire col tempo. Nuove città, nuove storie, nuovi e vecchi personaggi che intrecciano le loro esistenze.
Inoltre, pur essendo un romanzo auto-conclusivo, la storia lascia due interrogativi aperti: quali sono i presupposti del colpo di scena finale e quali saranno le sue conseguenze. Ad entrambi risponderò nei due romanzi che sto preparando.

Ringraziamo Alex Zaum per essere stato nostro ospite. Un in bocca al lupo per i suoi romanzi! 

Grazie a voi!

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