Carta d’identità letteraria

barbara

 

Nome: Barbara Poscolieri
Autrice di: Crash
Scrittore/i preferito/i: Stephen King, Oriana Fallaci, VM Manfredi, JRR Tolkien
Il libro o i libri irrinunciabili: Il Silmarillion, Lettera a un bambino mai nato
Il libro che hai iniziato e non finirai mai: Il male oscuro (Giuseppe Berto)

 

 

Intervista

Ciao Barbara e benvenuta su Il Gufo Lettore. Andiamo subito al sodo: il tuo romanzo, Crash, è il racconto di Alessandro, un pilota che, a causa di un incidente, si ritrova senza gambe e per questo mette in discussione tutto di sé. Come nasce l’idea di narrare un percorso simile partendo dal presupposto della disabilità?

Ciao, è un piacere essere qui. L’idea di trattare questo tema deriva dall’unione di due mie grandi passioni: la prima è lo sport, nel caso specifico l’automobilismo, e la seconda il mio lavoro. Sono infatti un medico dello sport e mi occupo prevalentemente di assicurarmi che i cuori degli atleti non facciano brutti scherzi: tra gli atleti non si possono non annoverare anche i disabili che, come ci hanno dimostrato le ultime Paralimpiadi, sono capaci di performance sportive straordinarie. Tra tutti gli esempi di forza e capacità in questo ambito, quello da cui ho tratto ispirazione per Crash è stato Alex Zanardi, che nel 2001 rimase vittima di un incidente che gli portò via le gambe. Quel giorno noi fan di Alex, come anche tutti gli appassionati di motori e non solo, rimanemmo con gli occhi sgranati davanti alla TV e il fiato sospeso. Quello che Zanardi ha fatto poi non è stato solo trovare la forza per andare avanti, ma ha rappresentato un punto di riferimento per tanti ragazzi che, come lui, sfidano ogni giorno i propri limiti, nella vita come nello sport. Ha dimostrato di essere un campione e ha dato speranza e fiducia a molti. La stessa speranza e fiducia che ho cercato di mettere nelle pagine di Crash.

Il romanzo è ambientato nel mondo dello sport, in particolare in quello delle corse automobilistiche. Perché questa scelta? Quanto lavoro hai dovuto fare per costruire il mondo del Grand Race e delle sue gare?

Come dicevo, l’automobilismo è uno degli sport che ho sempre seguito. Sono un’appassionata soprattutto di Formula Uno, alla quale mi sono ispirata quando ho creato il Grand Race, seppur cercando di inserire elementi originali: nel Grand Race si corre infatti sempre su circuiti cittadini, meglio ancora se in capitali di grande storia come Londra e Roma o in città ricche di fascino come Las Vegas e Rio de Janeiro, si fa un giro intorno al mondo un po’ più lineare e le vetture sono molto più veloci e aerodinamiche di quelle della F1. Sono stati proprio i particolari tecnici a darmi più lavoro: dietro ogni dettaglio inserito ci sono ore di documentazione. Ma non solo: per non rischiare di spararle troppo grosse mi sono avvalsa spesso anche della consulenza professionale di chi di motori ci vive, così ho fatto anche un po’ di esperienza pratica. Per fortuna non ho avuto gli stessi problemi con la parte medica, altrimenti starei ancora scrivendo!

Alessandro è un ragazzo forte, determinato, deciso a ritornare sulla pista a correre dopo l’incidente che ha subito; eppure a un certo punto vacilla e torna nel proprio paese natio, alla ricerca di un rifugio, di un posto sicuro, di qualcosa di certo cui aggrapparsi, ma anche di una semplicità forse dimenticata. A tuo parere, in situazioni estreme come quella che deve affrontare Alessandro, quanto è importante ritrovare le proprie radici?

È difficile cercare di prevedere le reazioni che si possono avere dopo un evento di una simile portata e non è mia intenzione, ora o nel romanzo, dare consigli su come gestire qualcosa che non ho mai provato (e spero di non dover provare mai). Ho cercato però di mostrare una delle possibilità, quella che mi sembrava più coerente con il personaggio di Alessandro Alari. Come hai giustamente sottolineato, lui aveva bisogno di aggrapparsi a qualcosa di solido e per sua fortuna lo aveva: la sua famiglia, i suoi amici, la sua gente, il paese stesso, che lo ha visto crescere e spiccare il volo. Aveva questa forte rete di affetti nella sua vita, senza dimenticare l’amore della fidanzata Federica, e la rete gli si è stretta intorno quando ne ha avuto bisogno. In questo senso è stato fondamentale fare un passo indietro per poterne fare altri in avanti.

Alex Zanardi - foto: web

Alex Zanardi – foto: web

Sempre parlando di Alessandro, quanto c’è di te in lui?

Poco. Ho imparato da tempo a non mettermi sempre in mezzo nelle mie storie e va bene così. Tuttavia, se mi paragono ad Alessandro vedo più differenze che analogie: la prima che mi salta agli occhi, e forse la più importante, è senza dubbio la sua forza, che io invece non ho mai avuto. Non parlo solo della forza di volontà che ha dimostrato dopo l’incidente, ma della forza interiore che lo ha portato prima ad arrivare ai vertici dell’automobilismo mondiale e poi, una volta al bivio della sua vita e della sua carriera, a non abbattersi mai, facendo a volte lui stesso da supporto agli altri. Se fossi stata nei suoi panni, io quella forza non avrei saputo neanche dove cercarla. Diciamo che mi sento più simile all’Alessandro Alari ragazzino descritto nello spin-off La strada del campione che non all’uomo fatto e finito di Crash.

Per Alessandro una figura essenziale è quella della fidanzata Federica, che lo sostiene vincendo anche le proprie paure personali. Ma forse ancora più cruciale è quella del piccolo Mattia, bambino con una protesi a un braccio che chiede ad Alessandro di dargli una speranza e al tempo stesso lui dà speranza ad Alessandro. Ti sei ispirata a qualcuno per costruire il personaggio di Mattia?

Difficilmente utilizzo dei modelli reali per creare i miei personaggi. È possibile che qualcosa di alcune persone ci finisca dentro, sia per l’aspetto fisico sia per i risvolti psicologici e caratteriali, ma non parto quasi mai con un riferimento in mente. Quello che Mattia doveva rappresentare era il futuro, la generazione di domani che guarda agli eroi di oggi per capire cosa deve diventare e per questo lui e Alessandro sono inevitabilmente l’uno lo specchio dell’altro. È un ruolo importante e quasi idealizzato, perciò non credo che sarei stata a mio agio se nella mia testa avesse avuto un corrispettivo reale.

strada

Concentriamoci sulla scrittura. Che cosa significa scrivere per te? Quando hai iniziato a farlo? Hai qualche aneddoto da raccontarci avvenuto durante la stesura d Crash?

Questa è una domanda sempre difficile per me. So che dovrebbe essere tra le preferite di un autore, ma io non so mai che rispondere. La verità è che per me scrivere è allo stesso tempo qualcosa di necessario ma anche di estremamente banale: da una parte posso affermare con certezza che io sono quella che sono anche per via della scrittura, ma dall’altra è un’attività ormai tanto radicata che potrei paragonarla al caffè al mattino. È vitale? No, si può stare anche senza, eppure tutti i giorni, tra le innumerevoli possibilità di colazione, scelgo di bere il caffè. E se non lo bevo mi rode pure!
Scrivo narrativa con costanza più o meno dal liceo: è allora che ho iniziato a mettere su carta le storie che ho sempre inventato, da quando giocavo con i pupazzetti a quando fantasticavo su chi avevo intorno. Però un balzo importante in avanti l’ho fatto quando ho iniziato ad avere i primi lettori: c’è una differenza abissale tra scrivere per sé e scrivere per essere letti da altri.
L’aneddoto su Crash lo racconto molto volentieri perché è un bel ricordo. È legato al mio ex capo, che per via di un problema a una gamba aveva anche lui come Alessandro un’automobile modificata con i comandi sul volante. Quando ho iniziato a scrivere il libro, ho preso a sommergerlo di domande: volevo sapere come si faceva a guidare in quel modo, quali erano le difficoltà, le sensazioni, le differenze con una macchina classica. Un giorno, complice anche una vettura parcheggiata un po’ troppo vicina che gli impediva di salire al posto del conducente, me l’ha lasciata guidare e ho avuto in una decina di minuti un bel po’ di risposte. Per chi se lo stesse chiedendo, la macchina ne è uscita illesa.

Crash ha uno spin off, La strada del campione. Ci dici qualcosa al riguardo?

Lo spin-off La strada del campione nasce dall’idea della Dunwich Edizioni di fare un regalo ai nostri lettori: infatti lo si può trovare all’interno dell’edizione cartacea di Crash o lo si può scaricare gratuitamente in formato digitale iscrivendosi alla newsletter della casa editrice. Quando mi hanno proposto di scavare un po’ più a fondo nella vita di Alessandro Alari ne sono stata entusiasta, ma ero indecisa se volgere l’attenzione al passato o al futuro: in entrambi i casi c’era qualcosa da raccontare, mi sembrava interessante sia vedere come lui se l’era cavata negli anni successivi sia tornare ai suoi primi passi nel mondo delle corse. Alla fine sono riuscita a fare tutte e due le cose grazie a Mattia: ne La strada del campione il piccolo tifoso che sognava di diventare un pilota del Grand Race è cresciuto ed è diventato invece un giornalista sportivo che, con la scusa di intervistare Alessandro, ripercorre con lui le tappe che gli hanno permesso di diventare un campione. Tra queste non può mancare l’incidente di Alex Zanardi, che un giovanissimo Alari a inizio carriera vede in diretta TV al termine di una gara dei kart. Al suo fianco ci sono già il compagno-amico-rivale Pablo Martinez e la fidanzata Federica, due rapporti fondamentali che volevo approfondire.

Un’ultima domanda: stai lavorando a qualche altro romanzo al momento?

Per fortuna sì! E sono contenta perché con i prossimi lavori tornerò nel mondo del fantastico. Sto completando l’ultima revisione di un fantasy che era nato come un romanzo d’avventura a sfondo piratesco ma su cui poi è caduta una massiccia dose di magia. Gli altri due romanzi in cantiere riguardano invece i viaggi nel tempo e un gruppo rock alle prese con forze demoniache: sia il timetravel sia il binomio rock-satanismo sono due tematiche classiche, che spero di poter sviluppare in modo originale e personale. Concludere questi tre lavori è l’obiettivo di quest’anno, senza ovviamente dimenticare un quarto progetto già andato a buon fine: tra qualche mese dovrebbe infatti vedere la luce il mio secondo romanzo mainstream, dal titolo Polvere di fata. Insomma, un piede nel reale e un piede nel fantastico.

Ringraziamo Barbara Poscolieri per essere stata nostra ospite. Un in bocca al lupo per Crash!