La casa dalle radici insanguinate di Roberto Ciardiello è un romanzo che fa venire i brividi, un libro horror che crea angoscia e paura. Oggi, in occasione della tappa del blogtour a esso dedicato, scopriamo quali sono i suoi retroscena con quest’intervista al suo autore.

Ciao Roberto e benvenuto su Il Gufo Lettore.
Prima domanda d’obbligo: come nasce La casa dalle radici insanguinate? Da dove viene l’idea per questo romanzo?

Ciao e grazie per l’ospitalità.
Il romanzo ha avuto una storia travagliata e un parto molto confusionario. Avevo una trama base, un inizio, qualche idea da snocciolare nel mezzo e una fine. Il tutto si è sviluppato pian piano, navigando a vista diciamo, senza essermi premurato prima di stilare uno schema, una scaletta o un qualsiasi grafico da seguire. Abbiamo fatto i conti (io e lui) con periodi morti e “blocchi dello scrittore” vari (lui ha dovuto subire, invece, i tanto temuti “blocchi del romanzo” e ancora me lo rinfaccia). So che non è una tecnica perfetta e cercherò di migliorare in futuro.
Ora, da dove viene l’idea? Bella domanda. Non volevo uno splatter fine a se stesso (non mi piacciono), ma una storia potenzialmente “vera” con risvolti horror.

A livello letterario, quali sono i tuoi riferimenti?

Ho cercato di rifarmi alle atmosfere noir di James Ellroy ed Edward Bunker: rapine a mano armata e personaggi “bastardi”, dove anche il buono può risultare cattivo.

A livello stilistico-narrativo, nel romanzo mi hanno colpito particolarmente gli “intermezzi”, dove la penna pare essere sostituita da una cinepresa. Quanto c’entra il cinema con questo libro, contando che a un certo punto viene citato anche Bava (un maestro del cinema horror italiano). Qual è il rapporto tra La casa dalle radici insanguinate e il cinema?

Nella stesura del romanzo sì, il cinema ha giocato un ruolo molto importante. Ho cercato di far vivere le scene come se il lettore fosse davanti alla TV, cercando di usare al meglio il famoso “show, don’t tell“, raccontando poco e facendo vedere molto. Ci sono riuscito? Credo di sì: molti lettori mi dicono sia un romanzo cinematografico, “sembra di essere davanti a una pellicola”.
A me fa estremamente piacere sapere di aver centrato il bersaglio.
La casa dalle radici insanguinate è un tributo al cinema horror anni Settanta-Ottanta; si possono trovare infatti vari rimandi a pellicole. Uno di questi è nel titolo, che richiama l’ottimo horror di Pupi Avati.

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Uno degli stralci del romanzo che si imprimono di più nella mente e suggestionano maggiormente è senza dubbio quello dell’incubo del signor Marchetti, un accumularsi di immagini angoscianti e spaventose. Nella stesura del romanzo, quale peso ha giocato l’aspetto onirico?

Oddio, onestamente non molto, credo. È una storia basata su fatti di cronaca nera (le rapine in villa sono purtroppo molto attuali), almeno fino alla svolta paranormale.

Nella vicenda, il voodoo svolge un ruolo cruciale. Perché hai deciso di introdurlo?

Sai, vorrei incantarti con mille poetiche teorie sulla magia nera e il suo relativo potenziale… ma la realtà è ben altra, e molto semplice: mi serviva uno stratagemma per giustificare un fatto (che non posso svelare a chi non abbia ancora letto il libro) e il voodoo come vendetta mi è sembrata una furbata. Semplice e magari banale, per carità, ma non sapevo come altro sbrogliare la matassa.

Scrivendo questo romanzo, quali erano i tuoi intenti? Che cosa volevi trasmettere al lettore?

La casa dalle radici insanguinate è puro intrattenimento, nulla di più. Non sono solito incuneare messaggi di denuncia nelle mie storie, lezioni di vita o chissà quali morali. Intrattenimento, divertimento: questo cerco quando leggo e questo vorrei regalare al lettore.
Durante un’intervista, Tarantino disse di Kill Bill: volevo girare un film sulla vendetta, nulla di più, nulla di particolare.
Più o meno è il mio pensiero… per il momento.