l'astuzia della volpe

 

Titolo: Dietro la tenda. L’astuzia della volpe
Autore: Maura Maffei e Rónán Ú. Ó Lorcáin
Editore: Parallelo45 Edizioni
Anno di pubblicazione: 2017
Pagine: 228
Link all’acquisto: cartaceo

 

 

Dopo La fragilità della farfalla L’ala del corvoL’astuzia della volpe conclude la trilogia irlandese Dietro la tenda di Rónán Ú. Ó Lorcáin e Maura Maffei, un ultimo atto che è una dichiarazione d’amore per un popolo coraggioso e la sua isola di smeraldo, ma soprattutto è l’apologia di un personaggio, Hugony, un affresco del suo animo e della sua fede.

La trama è semplice: Colla Clare, che si crogiola nella propria diabolica e iraconda bassezza, trama alle spalle dei preti cattolici, denunciando la messa clandestina alle autorità inglesi. A difendere i cattolici si erge Hugony, il pastore anglicano che è stato nominato – contro ogni previsione – capotribù degli Ó Brolcháin. Riuscirà nel suo intento? E riuscirà ad aiutare Bran e Labhaoise a coronare il loro sogno d’amore?

Gli eventi narrati si profilano come la prova decisiva per Hugony: una prova di dedizione nei confronti della famiglia che gli è stata affidata, una prova di paternità nei confronti di Bran, il fratello prediletto della moglie morta, che lo disprezza, e nei confronti di Labhaoise, figlia dell’assassino della moglie, e, soprattutto, una prova di fede in Dio, punto fermo nel tumulto dei sentimenti umani che reclamerebbero vendetta e rabbia. Ma le vicende raccontante sono anche le tappe della sua trasformazione definitiva da Hugony a Ùgaine, che è la traduzione del suo nome in irlandese – e in un libro come questo dove i termini irlandesi hanno un ruolo pregnante e indicano un’appartenenza non solo a un luogo, ma anche a una cultura e a una tradizione, è un fatto essenziale -; un nome che, da estraneo e nemico, lo rende umile salvatore e servitore. Ùgaine, che nei due volumi precedenti ci era stato presentato tramite il filtro dei punti di vista prima di Labhaoise e poi di Bran, è stato – per me, almeno – un personaggio non di facile inquadramento, le cui azioni non riuscivo a interpretare bene. E ne L’astuzia della volpe tutta la sua complessità emerge al meglio, dipingendo un uomo che ha saputo accettare la sofferenza nell’ottica della croce, per cui soffrire è amare, compatire, per cui si può intraprendere, di propria volontà, la “strada ricoperta di cocci di vetro”. Un cammino di abnegazione, che mostra tutto il limite umano; ma è un limite che può essere superato, se ci si pone nelle mani di Qualcuno di più grande. E così, contro ogni logica, si può trovare la forza di perdonare un moribondo derelitto e di sperare nella redenzione di un assassino.

Ùgaine, la cui astuzia da volpe ha permesso l’inganno del seminario sotto le spoglie di falegnameria e verrà chiamata in causa più volte durante le vicende raccontante, diviene alla fine l’uomo capace di sacrificarsi per gli altri, certo che a nulla vale “preservare” la propria vita, ma anzi tutto il suo senso sta nel donarla. E questa è forse la summa della fede in Dio di Ùgaine, ma anche di gran parte dei personaggi che si muovono tra queste pagine. Ed emerge come, nonostante le diverse confessioni religiose, il cuore umano sia lo stesso e per questo è possibile, e anzi doveroso, cercare di creare un ponte. Ma è anche vero che il cuore stesso, se educato a guardare al mondo con onestà e stupore, sa riconoscere dove stanno la verità, la bellezza e la giustizia, e quindi agire e scegliere di conseguenza.

Lo stile de L’astuzia della volpe è fortemente evocativo, come nei due romanzi precedenti, capace di coinvolgere e di emozionare: si vivono i dubbi di Ùgaine, si partecipa della trepidazione della folla di fedeli, si sorride con gli innamorati Bran e Labhaoise. Soprattutto, ci si perde, con una certa malinconia, in quest’Irlanda selvaggia ma dolce.

Siamo giunti alla fine della recensione e anche della trilogia; dopo tre libri che mi hanno coinvolta, è inevitabile cercare di fare un breve bilancio. La fragilità della farfalla, L’ala del corvo e L’astuzia della volpe sono romanzi che, con delicatezza e passione, raccontano una storia che si fa viva sulla pagina: i personaggi, in particolare i tre principali, cioè Labhaoise, Bran e Ùgaine, lasciano qualcosa di sé, ma sopratutto resta la consapevolezza che, nella finzione letteraria che però affonda le proprie radici in eventi non troppo noti della storia irlandese, l’eroicità non sta nelle azioni grandi ed eclatanti, ma nei gesti piccoli, perpetrati ogni giorno con fedeltà e amore.

Danzava sotto le costole il cuore di un uomo, di uno come tanti, forse un po’ più sfortunato nella cieca distribuzione dei dolori che spettano a ciascuno. Danzava il cuore di un uomo che non si era arreso, di un uomo che si era affidato e che era stato esaudito.