La fragilità della farfalla

 

Titolo: Dietro la tenda. La fragilità della farfalla
Autore: Maura Maffei e Rónán Ú. Ó Lorcáin
Editore: Parallelo45 Edizioni
Anno di pubblicazione: 2015
Pagine: 234
Link all’acquisto: cartaceo

3gufetti

 

 

 

La fragilità della farfalla, romanzo storico scritto a quattro mani da Rónán Ú. Ó Lorcáin e Maura Maffei, che avevamo già incontrato con il bel Feuilleton, è il primo capitolo della trilogia Dietro la tenda, ambientata nell’Irlanda di metà 1700, quando essere cattolici voleva dire perdere ogni diritto. Una storia appassionante, proprio perché animata da profonde passioni: in primo luogo, quella degli autori nei confronti dell’Irlanda e della sua storia e poi quella dei personaggi per la propria fede e per la propria terra martoriata.

La narrazione segue le vicende di due famiglie, legate da relazioni di amicizia, amore e odio, che si trovano coinvolte in un evento particolare: il ritorno in patria di un gruppo di uomini dall’Austria. Dopo un preambolo, dove viene narrata la storia dei capostipiti delle due famiglie, l’emotivo Cian Ó Clérigh, condannato all’esilio per aver combattuto contro la Corona Inglese, e il caparbio Bran Ó Brolcháin, che per salvare la sua famiglia si vede costretto ad accettare l’aiuto del pastore anglicano del villaggio, la storia si concentra su Bran Ó Brolcháin, nipote omonimo del capostipite, giovane intenzionato a rischiare la propria vita per liberare la propria terra insieme al vescovo – sotto mentite spoglie – Caoimhím, e sulla bella Labhaoise, figlia del nipote di Cian, Colla, che ha abiurato il cattolicesimo in favore della religione anglicana per interessi economici.

Come anticipato, i personaggi de La fragilità della farfalla sono animati da una forte passione, intesa nel senso più puro del termine, come capacità di soffrire, o meglio come accettazione della sofferenza, presente e futura, e della persecuzione. Se da un lato abbiamo Bran, pronto a rinunciare ad ogni cosa per la propria causa, dall’altro c’è Labhaoise, pronta a farsi divorare da un amore (quasi) impossibile che cambierà la sua vita. Personaggi dotati di una grande forza d’animo, segno di integrità e onestà nei confronti di se stessi; e, dopotutto, non ci si può aspettare di meno da un popolo che, in un momento della storia in cui la legge privava i cattolici dei diritti in ogni campo, per cui molte famiglie non potevano lavorare e i sacerdoti erano considerati dei fuorilegge, ha saputo aggrapparsi alle proprie radici e alla propria tradizione, senza rinunciare a quanto di più vero lo animasse. E anche Labhaoise, anglicana, non può che arrendersi davanti all’evidenza che un ideale non solo umano può animare a tal punto quello strano gruppo di uomini giunti dall’Austria, tra cui Bran e Caoimhím, e che ci deve essere di più, a cui affidarsi, a cui offrire i propri turbamenti e il proprio dolore. E se la fede in Dio muove e sostiene gran parte dei personaggi, votandoli a un futuro eroismo, è tuttavia proprio in Labhaoise che porta la più grande delle trasformazioni, sublimando la sua fanciullesca fragilità da farfalla e donandole la risolutezza di una donna matura che, per quanto scossa dal dolore, sceglie di farsi carico degli errori del padre e di partecipare alla causa dell’amato.

La storia è raccontata con un stile evocativo, per cui il paesaggio irlandese con la sua natura viva e pulsante diventa compartecipe delle emozioni dei protagonisti, quasi un personaggio anch’esso. E in certi punti sembra quasi di trovarsi in Irlanda, complice anche un’attenzione nei confronti della lingua che non si esprime non solo nei nomi, ma nella presenza di alcune frasi in gaelico. La penna degli autori è enfatica, a tratti solenne (forse in alcuni dialoghi un po’ troppo) e ci regala una storia emozionante e autentica.

La fragilità della farfalla è quindi un buon romanzo, un bel primo capitolo per questa trilogia che, con semplicità e commozione, ci svela l’eroismo di un popolo e ci ricorda come, a volte, per comprenderci meglio, è sufficiente guardare dietro la tenda, scostare quel velo sugli occhi che non ci permette di guardare alla realtà così come essa è e abbracciarla.

Tu alzi troppo lo sguardo, figliolo. Rischi che ti venga una vertigine. È più saggio abbassarlo, a scrutare quel poco di terra necessaria alla nostra sepoltura. Null’altro. Forse il tuo compito è diverso da quello che ti sei prefisso. È più umile ma è più importante, secondo il progetto di Dio. È come una folgore dietro una tenda: non ti abbaglia e non puoi ammirarla nella sua brillantezza fino a quando non scosti la stoffa che te la nasconde. Così è il tuo mandato. Devi ancora scoprire quale, in realtà, esso sia e forse basta una gamba sola per svolgerlo… Chissà?