l'uomo che ride

Dopo aver parlato della poetica di Victor Hugo, basata sulla compresenza di sublime e grottesco, e di come questa viene applicata in Notre-Dame de Paris, concentriamoci su L’uomo che ride (1869).

L’uomo che ride è la storia di Gwynplaine. Il romanzo inizia con l’abbandono di un bambino, Gwynplaine appunto, sulla costa inglese, da parte di alcuni uomini che poi salpano subito verso il largo, nonostante sul mare imperversi una tempesta. Questi uomini sono dei comprachicos, dei mercanti di bambini, che li comprano e li vendono solo dopo averli sfigurati per far di loro dei fenomeni da baraccone.

Poco dopo la partenza, la nave imbarca acqua nella stiva ed inizia ad affondare. Davanti a morte certa gli uomini decidono di lasciare un messaggio scritto che riveli il loro ultimo delitto e, dopo averlo chiuso in una borraccia, lo affidano alle onde. Subito la scena si sposta sulla terra ferma e ritorna sul bambino, che vaga solo e terrorizzato tra la neve e il vento. Durante questo vagare incontra una donna morta che ha con sé una neonata ancora viva e decide di prenderla con sé. Poi si imbatte nella casa-mobile di Ursus, un girovago che vive con il suo lupo Homo, che li accoglie entrambi. È attraverso Ursus che scopriamo che il volto del bambino è stato deformato in modo che sembri sempre che stia ridendo e che la neonata è cieca.

La vicenda fa poi un salto di quindici anni: Gwynplaine, insieme a Ursus e a quella che era una neonata, che è stata chiamata Dea, attraversa l’intera Gran Bretagna, guadagnandosi da vivere grazie alla sua terribile smorfia, che è il centro di uno spettacolo. Gwynplaine e Dea sono innamorati l’uno dell’altra.

Un giorno arriva un uomo che arresta Gwynplaine: in realtà viene condotto davanti a un torturato, tale Hardquanonne, che riconosce in lui il bambino che anni prima aveva sfregiato. Poi a Gwynplaine viene letta una pergamena, quella che all’inizio del romanzo era stata gettata in mare, e si scopre che lui è in realtà figlio di Lord Clancharlie, un pari d’Inghilterra fedele a Cromwell, che si era esiliato dopo la restaurazione della monarchia. Re Giacomo II ne aveva fatto rapire il figlio e lo aveva venduto ai comprachicos perché lo rendessero irriconoscibile. Gwynplaine diviene così Lord Fermain Clancharlie e promesso sposo alla duchessa Josiane, una donna bella e viziata che era rimasta colpita da lui dopo averlo visto durante uno spettacolo. A Ursus e Dea viene detto che Gwynplaine è stato condannato a morte e ai due viene imposto di lasciare l’Inghilterra.

Buttersworth, Thomas, 1768-1842; 74-Gun Ship in a Storm

Il giorno della sua investitura ufficiale, tiene un discorso in cui sostiene che la nobiltà è indifferente nei confronti del popolo che soffre, ma viene deriso e infamato. Gwynplaine, sentendosi totalmente estraneo a quel mondo, decide di tornare da Dea e Ursus, che, grazie a Homo, riesce a raggiungere sulla nave che sta partendo. Però Dea, già molto debole a causa dello sconforto in cui era caduta, non riesce a reggere alla gioia e muore. Gwynplaine, sentendo di non potere vivere senza di lei, si getta in acqua, inabissandosi.

Il romanzo si apre con un capitolo interamente dedicato a Ursus: questo personaggio non è di per sé grottesco, per quanto sia un filosofo, un poeta, un medico, un ventriloquo e anche un commediante. Ursus risulta essere grottesco solo se contrapposto a Homo, il suo lupo. Homo non è un lupo qualsiasi: già il suo nome denuncia in lui una certa dose di umanità, mentre il nome di Ursus evidenzia una natura bestiale. Hugo fin dalle prime righe specifica questa opposizione tra i due e anzi ci dice che è stata voluta da Ursus: “Ursus era un uomo; Homo era un lupo. I loro caratteri si erano incontrati. Era stato l’uomo a battezzare il lupo. Probabilmente aveva scelto lui stesso il proprio nome; avendo trovato quello di Ursus adatto a sé, aveva trovato quello di Homo adatto alla bestia”. C’è in gioco una doppia contraddizione: l’uomo ha una natura bestiale dentro di sé, mentre la bestia ne ha una umana, che tuttavia non deve diventare troppo umana perché altrimenti rischia di diventare bestiale. È come un circolo chiuso che è però in bilico, che può funzionare solo se i ruoli non vengono invertiti. Indizi diversi dell’umanità buona del lupo e della bestialità dell’uomo sono disseminati in svariati punti del romanzo; a titolo rappresentativo basta citare il passo in cui Hugo scrive: “Il lupo non mordeva mai, l’uomo qualche volta. Per lo meno, mordere era la pretesa di Ursus”.

Anche ne L’uomo che ride, come in Notre-Dame de Paris, l’apoteosi del grottesco si realizza in un personaggio: Gwynplaine. Come abbiamo già detto, Gwynplaine è stato sfigurato da bambino perché sul suo volto apparisse un riso perpetuo. All’interno del romanzo veniamo a conoscenza di questa deformazione grazie a Ursus che, dopo averlo accolto durante la tempesta, al sorgere del sole vede per la prima volta con chiarezza il suo viso e ne rimane sconvolto: “Il suo sguardo, rialzandosi, incontrò il viso del ragazzo che ormai desto lo stava ascoltando. Ursus lo interpellò bruscamente: «Cos’hai da ridere?». Il ragazzo rispose: «Io non rido». Ursus ebbe una specie di sussulto, lo esaminò attentamente, e in silenzio, per qualche istante; poi disse: «Allora tu sei terribile»”. Come Quasimodo, è anche lui un emarginato, che per la sua bruttezza crea entusiasmo nelle persone e al tempo stesso terrore; la differenza tra le loro deformità è che l’una è naturale e l’altra artificiale. Il rapporto di Gwynplaine con la propria mostruosità è ambivalente: da un lato ne è atterrito, percepisce la propria deformità, ma dall’altro è consapevole che il suo ghigno è un rifugio sicuro, che associa a Dea, Ursus e Homo, che sono la sua famiglia. Gwynplaine ama Dea, che è l’unica che può vederlo per quello che davvero è, perché è cieca; a tal proposito Hugo scrive: “Il fatto è che Dea, cieca, ne scorgeva l’anima”. Questa frase è più che sufficiente per definire il loro amore come sublime. È infatti un rapporto del tutto ideale e puro, di dipendenza pressoché totale l’uno dall’altra. Dea ha in Gwynplaine “il fratello, l’amico, la guida, il sostegno, il suo simile celeste, lo sposo alato e raggiante”, mentre lui è totalmente inebriato dalla bellezza di lei. Il loro amore sussiste grazie proprio al fatto che entrambi sono esseri incompleti e quindi bisognosi di qualcuno che li integri. Il loro è però un amore grottesco agli occhi del mondo, in quanto unione di due deformità.

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Senza Dea sarebbe quindi impossibile comprendere del tutto il personaggio Gwynplaine, perché è proprio lei che proclama la sublimità della sua anima, ma anche perché è accanto a lei che emerge ancora più chiaramente il lato grottesco che è presente nel volto del giovane. Per Gwynplaine Dea è la luce, il sublime calato in terra, che gli ricorda che lui non si riduce ad essere una maschera orrida e che lo salva. Questo ruolo della ragazza viene esplicato in due situazioni: quando Gwynplaine viene tentato dal pensiero di possedere la duchessa Josiane e quando è riconosciuto come Lord Fermain Clancharlie e portato nel suo maniero. Nel primo caso troviamo Gwynplaine stordito e come incantato da quella che Hugo non dice essere una donna, ma una femmina, che attrae il giovane dal lato fisico. Ma subito la sacralità di Dea lo richiama all’ordine. Nel secondo caso invece Gwynplaine sente crescere dentro di sé l’orgoglio per la sua identità ritrovata, immagina di essere idolatrato dagli altri lord per la sua intelligenza; ma appena sorge il sole, è come se esso gli domandasse dove si trova Dea e che ne sarà di lei. Il solo pensiero di Dea lo salva da queste situazioni.

Il rapporto di Gwynplaine e Dea è di dipendenza totale: infatti, quando quest’ultima muore, Gwynplaine sceglie di uccidersi. In questo è possibile un parallelismo con la figura di Quasimodo: per entrambi il suicidio è un atto di amore e in questo è sublime. Nel suicidio di Quasimodo è stata ravvisata anche un componente grottesca; anche qui possiamo vederla, ma in termini diversi: Gwynplaine si uccide a causa della situazione grottesca in cui viene a trovarsi. Dea infatti muore perché non riesce a reggere l’emozione di rivedere l’uomo che ama: quello che fino a qualche pagina prima era la sua linfa vitale diventa la causa del suo decesso. Gwynplaine, che non può sopravvivere senza di lei, la uccide. È un doppio paradosso e qui sta il grottesco.

Anche in questo caso riserviamo l’ultima parola alla figura femminile del romanzo. Come già anticipato, Dea è il sublime calato in terra. Vengono in lei accentuate alcune caratteristiche che erano già presenti in Esmeralda: anche lei è bella, pura, quasi ultraterrena. Proprio quest’ultima peculiarità sembra essere la cifra di Dea: come il suo nome suggerisce, lei non è di questa terra. Anche la cecità, che si potrebbe interpretare come un elemento grottesco, in realtà non fa altro che evidenziare la non-umanità di Dea, è un valore aggiunto che pare un potere sovrannaturale; Hugo scrive al proposito: “I suoi occhi, grandi e luminosi, avevano questo di strano: spenti per lei, brillavano per gli altri”. Questo suo essere creatura sublime è accentuato, oltre che dall’adorazione che Gwynplaine, campione del grottesco, ha nei suoi confronti, dalla presenza nella storia della duchessa Josiane, donna bella, ma di una bellezza fatale e in un certo senso degradante. Dea è ultraterrena, Josiane viene definita da Hugo come “terrestre”. La duchessa è una figura perversa, che vive nel mondo dell’istinto, della carnalità, che è l’opposto di quello in cui si trova Dea. Quest’ultima, morendo di felicità, è come se aprisse la via a Gwynplaine verso questo mondo altro in cui lei è sempre vissuta e nel quale lui si appresta a raggiungerla.