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Uno sguardo sul concetto di grottesco

Il termine “grottesco” deriva da una particolare tipologia di arte, sviluppatasi all’inizio della crisi dell’impero romano; questa parola risale a “grotta”, che sta ad indicare i luoghi cavernosi e sotterranei della Domus Aurea di Nerone, in cui furono ritrovate alcune decorazioni murali. Queste decorazioni associavano elementi vegetali, animali e umani, creando un effetto lontano dal verosimile. Si trattava di una moda del tempo che Vitruvio, nel trattato De Architectura libri decem, descriveva come brutta, proprio perché lontana dal concetto di verosimiglianza[1]. Il fatto che Vitruvio, autore del più famoso trattato di architettura classica, condanni le decorazioni grottesche, evidenzia immediatamente una caratteristica di quest’ultime, e quindi più in generale del grottesco: la lontananza dall’ideale classico di bellezza e di ordine. […]

grottesco

Nella maggior parte dei casi l’arte grottesca si esprime per mezzo di una violenza visiva ed espressiva, caratteristiche che la fanno associare ad un’estetica del brutto. In tal senso si opporrebbe al bello classico, che è associato alla misura, alla proporzione, alla simmetria, all’ordine e all’armonia. […]

Affinché un’opera possa essere definita grottesca, l’autore deve essere cosciente che il proprio lavoro è opposto all’estetica classica. Tuttavia il livello di consapevolezza dell’autore grottesco rispetto alla propria opera non si limita a questo, ma investe anche la sua volontà di fare emergere da essa una determinata visione del mondo: in particolare l’autore nota che la realtà risulta essere dualistica, cioè il mondo così come è appare mancante rispetto a come dovrebbe essere; in altri termini la realtà concreta non è uguale alla realtà ideale, perché ha un difetto di forma, è una deformazione di quella ideale. Ciò che l’autore vuole fare emergere tramite il proprio lavoro è la realtà ideale, che però suggerisce tramite la rappresentazione e la descrizione di quella concreta, che viene esagerata nei suoi tratti e così diviene grottesca. Si tratta di un paradosso: l’autore suggerisce un mondo ideale e lo mostra presentando una realtà concreta deformata, ma è proprio tale deformazione che deve suggerire la perfezione.

grottesco

La realtà grottesca che si viene a creare possiede delle caratteristiche precise. Innanzitutto acquista un carattere fantastico, perché non è una rappresentazione realistica, ma piuttosto una raffigurazione incentrata sull’iperbole di quegli aspetti identificati come negativi. È inoltre una realtà simbolica, in quanto vuole suggerire un altro mondo: tuttavia si tratta di un simbolismo non tradizionale, in quanto non usa immagini che rimandano in modo diretto a quanto si vuole suggerire, ma utilizza emblemi che lavorano per assurdo, mostrando l’opposto. […]

Il grottesco in Victor Hugo

Quando, nel 1827, Victor Hugo scrive la prefazione del Cromwell, in cui esprime la propria teoria sul grottesco, quest’ultimo aveva già una lunga storia e l’ambiente romantico aveva sviluppato un ampio dibattito intorno ad esso […]; tuttavia, l’autore francese lo pone […] come l’elemento discriminante tra arte antica e arte moderna. Il grottesco, dunque, per Hugo è un elemento essenziale della modernità. […]

Il punto di partenza è la constatazione che la civiltà e la poesia sono strettamente collegate tra loro e poiché sulla terra non c’è stato sempre lo stesso genere di civiltà, così anche la poesia non è sempre uguale a se stessa. Hugo sostiene che la civiltà si sia sviluppata in tre momenti: i tempi primitivi, i tempi antichi e i tempi moderni[8]. […]

grottesco - hugo

I tempi moderni iniziano con la rivoluzione causata dal Cristianesimo, che porta l’uomo ad una nuova consapevolezza sulla propria esistenza, che è duplice, perché composta da una parte mortale, caduca, e una parte immortale ed eterna. La materia viene separata dallo spirito: in questo modo viene a crearsi un abisso tra anima e corpo, tra uomo e Dio. Nel cuore dell’uomo appare un nuovo sentimento, tipico della modernità: la malinconia. L’uomo inizia ad avere compassione di se stesso. Non solo: secondo Hugo, nasce anche lo spirito d’indagine e di curiosità, una sorta di critica filosofica; davanti alle vicissitudini storiche dell’epoca, come la fine del mondo romano, “nugoli di retori, di grammatici, di sofisti […] esaminano, commentano, discutono” (dal Cromwell) la realtà che li circonda e la civiltà che è appena scomparsa.

Anche la poesia viene travolta da questa rivoluzione e si rinnova; se prima era indagato un solo aspetto della realtà, cioè il bello, con il Cristianesimo la poesia viene condotta alla verità, per cui risulta evidente che nel mondo non tutto è umanamente bello, ma che anche il brutto ne fa parte. E se è Dio che ha creato il mondo inglobandovi anche ciò che è deforme, l’uomo non può eliminarlo, perché sarebbe un’azione contro ciò che Dio ha voluto[11]. La malinconia cristiana, insieme con la critica filosofica, porta la poesia a un “grande passo”: il poeta si comporterà come la natura, che nelle sue creazioni mescola, senza confonderle, ombra e luce, grottesco e sublime.

Il grottesco […] è fin da subito associato al sublime: è dall’unione dei due che ha origine il genio moderno. Un’unione che però non è mai completa: infatti non c’è mai una scissione integrale tra sublime e grottesco, ma rimane una discriminante di fondo, per cui la presenza di uno non può che esaltare l’essenza dell’altro e viceversa. Forse sarebbe più corretto parlare di contrasto. In ogni caso, il fatto che grottesco e sublime siano entrambi presenti, anzi, imprescindibili, nella poetica di Hugo, mostra un progetto cosmico, che è riferibile, appunto, alla creazione intera, di cui viene accettato il dualismo, oscillando tra deforme e forma, tra dissonanza e armonia.

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[…] Nella modernità che il grottesco risulta essere ovunque. Nello specifico, si è diramato in due direzioni: da un lato può rappresentare il deforme e l’orrido, dall’altro il comico e il buffo. Senza dubbio è nella sua prima espressione che più interessa Hugo, perché è infatti quando il grottesco esprime l’orribile che il suo contrario, il sublime, si eleva verso vette che il bello antico non avrebbe mai potuto raggiungere. […]

È ora opportuno analizzare in modo più approfondito che cosa Hugo intenda per sublime, in modo da capire meglio in cosa la sua teoria sul grottesco ne abbia cambiato la concezione. Difatti, il sublime proposto dall’autore non è il tipico sublime romantico, teorizzato da Edmund Burke[12]. Questo studioso promuove una distinzione tra il bello, che viene identificato come un sentimento che provoca piacere e che nasce dalla contemplazione disinteressata della forma, e il sublime, che è invece accostato a un’emozione che si impossessa dell’uomo davanti a ciò che è doloroso, smisurato, terribile. Il sublime è quindi collegato con la sfera emotiva, è anzi ciò che colpisce l’emotività, portando alla commozione dell’animo attraverso la manifestazione della forza, della condizione estrema e drammatica di un determinato fenomeno naturale, come può essere l’oceano in tempesta o una bufera di neve, o di una situazione psicologica estrema, come la volontà di compiere un crimine. […]

Hugo conosceva senza dubbio questa declinazione romantica del sublime; tuttavia, anche se all’interno della prefazione del Cromwell non è contenuta alcuna definizione specifica di questo elemento, ma è solo nominato come “polo su cui si esercita il grottesco quale mezzo di contrasto”, ne emergono delle caratteristiche precise, che lo portano ad allontanarsi dalla descrizione che ne aveva fatto Burke. Innanzitutto, si può notare come alcune delle peculiarità del sublime siano state assimilate dal grottesco.[…] Elementi del sublime burkiano che vengono acquisiti dal grottesco di Hugo sono: l’oscurità, il terribile, la forza, la grandezza nelle proporzioni, ma anche la loro asimmetria e incompletezza, che a volte rendono una forma non riconoscibile […].

teatro

Il sublime è stato dunque depauperato di alcune proprietà, che permangono nel grottesco; rimane da analizzare che cosa resti del primo elemento, se il secondo ne ha assunto certe caratteristiche. È indubbio che peculiarità come l’oscurità e l’orrore, che in Hugo sono proprie del grottesco, possano sussistere da sole, ma all’interno della sua teoria viene detto che sono potenziate dalla presenza del sublime, per cui esso si identifica come il contrario di queste caratteristiche negative. È già stato detto che il sublime di Hugo raccoglie in sé la grazia e la bellezza. Tuttavia sarebbe sbagliato credere che tutti gli assunti della teoria di Burke siano stati ribaltati da Hugo. Infatti c’è almeno una caratteristica del sublime burkiano che resta in Hugo: la grandezza, o meglio la grandiosità. Burke infatti citava questa dote in opposizione alle limitate dimensioni del bello. Certo, anche il grottesco può essere grandioso, ma in senso strettamente negativo, mentre il sublime lo è in senso positivo. Ma si tratta pur sempre di una positività che non sembra umana, poiché è, appunto, grandiosa.

All’interno della prefazione Hugo traccia anche una breve panoramica del grottesco nella storia dei tempi moderni. […] L’equilibrio tra sublime e grottesco si avrà solo con Shakespeare, che nel saggio a lui dedicato Hugo definisce genio romantico, una sorta di anticipatore del Romanticismo con quasi due secoli di anticipo. Shakespeare, la cui conoscenza dell’uomo è pressoché perfetta, sa analizzare tutte le sfaccettature dell’animo umano e in particolare ciò che l’uomo stesso non vuole confessarsi, ciò che si teme e al tempo stesso si desidera. Tuttavia non è questo il motivo per cui Shakespeare è così importante agli occhi di Hugo, bensì per la capacità di elevarsi all’antitesi, cioè di cogliere i due lati di ogni cosa, il grottesco e il sublime.

Shakespeare si è espresso al meglio nel dramma, che diventa agli occhi di Hugo il mezzo migliore per dare voce al grottesco e al sublime. Il dramma risulta essere l’unica forma di poesia completa. […]

 

[1] Cfr. Franca Beltrame, Teoria del grottesco con l’esemplificazione nel racconto di N. V. Gogol’ Il naso, Mariano del Friuli, Edizioni della Laguna, 1996, pp. 21-24.

[8] Cfr. Victor Hugo, “Prefazione dell’autore” in Cromwell, trad. di Corrado Pavolini, Milano, Rizzoli, 1962, p. 18.

[11] “Si chiederà se la ragione limitata e relativa dell’artista debba averla vinta sulla ragione infinita, assoluta del creatore; se è dell’uomo il correggere Dio” (C, p. 25).

[12] Burke fu un intellettuale e scrittore inglese; all’interno dell’opera Indagine filosofica sull’origine delle nostre idee del sublime e del bello, pubblicata nel 1756, elaborò una definizione e una teoria del concetto di sublime, opponendolo a quello di bello.