Tutta la luce che non vediamo

 

Titolo: Tutta la luce che non vediamo
Autore: Anthony Doerr
Editore: Rizzoli
Anno di pubblicazione: 2014
Pagine: 509
Link all’acquisto: cartaceo/e-book

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Vi avevo già parlato del romanzo Tutta la luce che non vediamo di Anthony Doerr in questo articolo, ma si tratta di una storia così bella che merita una recensione tutta sua. In realtà, questo libro non è una sola storia, ma due: quella di Marie-Laure e quella di Werner. Marie-Laure è una bambina di sei anni che vive a Parigi con suo padre; è il 1934, quando scopre che diventerà cieca per il resto della vita. Sei anni dopo, nel 1940, i nazisti occupano Parigi, costringendoli a fuggire a Saint-Malo, un paese della Bretagna, nella casa dove vive lo zio Etienne, un uomo anziano segnato dalla morte del fratello durante la prima guerra mondiale. Ed è qui che Marie-Laure conoscerà il vero buio, un buio ben più terribile di quello in cui è immersa ogni giorno. Werner è, nel 1934, un bambino tedesco poco più grande di Marie-Laure che vive in un orfanotrofio con la sorella Jutta e con un talento straordinario nel costruire e riparare le radio. Proprio grazie a questa capacità, Werner verrà ammesso in un’accademia della gioventù hitleriana e poi partirà per la guerra. E a Saint-Malo, Marie-Laure e Werner si incontreranno.

Tutta la luce che non vediamo è un dramma, ma un dramma attraversato da momenti di forte speranza: la speranza è luce, quella che Marie-Laure, nonostante la cecità, riesce a percepire intensamente, quella che Werner invece vede come lontana, irraggiungibile, il ricordo di un’infanzia ad ascoltare la radio in soffitta con la sorella. Ma speranza è anche quella che muove l’indimenticabile Madame Manec nella sua resistenza ai nazisti, Frederick, l’amico che Werner conosce in accademia, che con disarmante semplicità non si piega all’ideologia e sogna di prendere il volo con gli uccelli, il padre di Marie-Laure, che costruisce modellini di città in legno perché la figlia non si perda, lo zio Etienne, che affida a una voce registrata il messaggio di aprire gli occhi e guardare tutto quello che si può prima che questi si chiudano. E forse questo messaggio è il sottofondo di questa storia: è vero in Werner che, nonostante il regime in cui cresce, non riesce a ignorare le ingiustizie, cercando di racimolare il coraggio per ribellarsi che troverà solo alla fine; ed è ancora più vero in Marie-Laure, i cui occhi sono, contro ogni apparenza, più spalancati di quelli di chiunque altro e colgono il brulicare del mondo, sia esso delle lumache di mare o degli uomini, e soprattutto l’essenza delle persone.

Questo romanzo è anche il racconto di vite rubate a se stesse e distrutte. Ci sono quelle che vengono devastate dall’arrivo della guerra, ma anche quelle dei bambini e dei giovani che crescono nella Germania di Hitler, che toglie loro l’infanzia, mistifica la realtà in cui vivono, plagiandoli e creando vuoti incolmabili che, anche a distanza di molti anni rischiano di risucchiare l’anima. È il caso di Volkheimer, un ragazzo che per i suoi insegnanti è l’immagine del soldato tedesco, ubbidiente, forte ed efficiente, ma che si commuove per qualche nota di musica.

La storia di Marie-Laure e quella di Werner alla fine convergono, in un incontro poetico che è preannunciato sia dalle prime pagine e in cui quella luce che per tutta la vicenda si è intravista esplode nel tragico ridestarsi della coscienza, per Werner, e nella possibilità di un futuro, per Marie-Laure. E, in fondo, tutta la “luce che non vediamo” è qui, in questo attimo di comprensione reciproca, in cui due anime affini si sfiorano, salvandosi a vicenda.

La scrittura di Doerr, potente ed evocativa, è l’ingrediente finale che rende questo romanzo imperdibile.

Madame Manec spara una scabra sequela di colpi di tosse che fa correre tremiti di paura in Marie-Laure. «Stai pensando a tuo padre» dice alla fine. «Devi crederci: tuo padre tornerà».
«Ma lei non si stanca mai di credere, Madame? Non la vuole mai una prova?».
Madame Manec le posa una mano sulla fronte; la mano robusta che sulle prime le faceva pensare a un giardiniere o a un geologo. «Non devi mai smettere di credere. È la cosa più importante».